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Dazi, lo psicodramma globalista di Roberto Pecchioli

La domanda chiave di questo psicodramma collettivo montato dagli orfani della globalizzazione a trazione finanziaria è perché Trump abbia posto i dazi e che cosa si aspetti da una misura che appare come una guerra commerciale contro il mondo.

Lo psicodramma è iniziato, Donald Trump ha posto dazi sulle merci di tutto il mondo. La storia accelera in maniera sorprendente, grande è la confusione sotto il cielo. A loro modo, sono tempi affascinanti. Dove sta la novità, chiede lo scrivano, che di dazi si è occupato per quarant’anni? 

I dazi esistono da sempre e rappresentano uno dei principali elementi di sovranità – politica non meno che economica- di ogni Stato. Il controllo di merci e persone – adesso anche di capitali e servizi- in entrata e in uscita dal territorio è uno dei compiti fondamentali delle istituzioni pubbliche. La fase iniziata negli anni Novanta del XX secolo, dopo la sconfitta del comunismo sovietico e la vittoria del modello liberale – diventato neo liberista- culminata nelle grandi decisioni del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) a guida angloamericana , impose il modello globalista. La data simbolo è l’11 dicembre 2001 , allorché la Cina entrò a far parte del WTO, da cui la Russia saccheggiata fu esclusa sino al 2012.

Il vangelo liberoscambista prevedeva l’alleggerimento e la scomparsa progressiva dei dazi,  la rapida omogeneizzazione o l’abbattimento delle normative produttive, sanitarie, industriali, in vista dell’eliminazione delle barriere extradoganali, ossia ogni legislazione di ostacolo all’illimitata circolazione di beni, capitali, persone e servizi. Il successo del modello neo liberale era il rilancio su scala planetaria  della massima settecentesca “laisser faire, laisser passer, lasciar fare, lasciar passare, l’idea che gli Stati non dovessero intervenire in campo economico e finanziario. Il principio dominante, risalente all’economista inglese ( e speculatore finanziario) David Ricardo, era che ogni economia doveva produrre esclusivamente ciò che era in grado di fornire al minor prezzo. Sarebbe toccato al mercato- misura di tutte le cose- mettere le cose a posto. Un mercato sciolto da ogni vincolo e limitazione nella circolazione finanziaria, conquistato da pochi soggetti globali giganteschi, in cui diventavano centrali i fondi d’investimento.

Finanziarizzazione dell’economia, delocalizzazione delle produzioni, abolizione dei dazi e delle barriere commerciali, desovranizzazione degli Stati, all’ombra della valuta dominante, il dollaro. Questa, ridotta all’osso, è la definizione di globalizzazione. Non ha funzionato. Uno dei motivi è l’ errore di valutazione occidentale sulla Cina. Il Dragone avrebbe dovuto essere la fabbrica del mondo di manufatti a basso costo e invece si è trasformato con prodigiosa rapidità in gigante industriale e tecnologico sfruttando inizialmente le conoscenze (know how) fornite da chi trasferiva le produzioni. Un’ altra ragione di crisi è stato il declino del dollaro, non più capace di sostenere il ruolo di valuta di riserva senza impoverire l’economia reale Usa. 

Di fatto gli Usa si sono trovati a fronteggiare, oltreché l’avanzata cinese, anche le barriere protezionistiche europee. Negli ultimi decenni le esportazioni verso gli Stati Uniti sono state sostanzialmente libere, mentre il resto del mondo, in particolare l’UE, opponeva svariati osracoli all’ingresso di produzioni americane. Restava il dominio USA nei servizi avanzati e nella tecnologia- anbiti deterritorializzati, per i quali dazi e regole legali sono facilmente eludibili – ma l’UE ha posto barriere amministrative, burocratiche, ambientali e fiscali a carico degli Usa. L’ avanzo commerciale europeo nei confronti americani è di lungo periodo e nel 2024 avrebbe sfiorato i duecento miliardi di dollari. L’ UE, invero, riesce nella notevole impresa di porre barriere anche a se stessa: secondo Draghi e Von der Leyen, le legislazioni europee determinano aumenti di prezzi del 110 per cento nel settore dei servizi e del 45 nel manifatturiero. Cambia la natura dei costi aggiuntivi, non la sostanza: l’incauto green deal, i vincoli del patto di stabilità UE, la rovinosa politica energetica, la bulimia legislativa dell’Unione.

In molti settori industriali i prodotti americani non raggiungono l’Europa. Vediamo forse in giro automobili made in Usa ? Trump istituì dazi anche nel suo primo mandato, che Biden mantenne senza che alcuno si agitasse. Nel caso italiano, la qualità elevata delle nostre esportazioni verso gli Usa dovrebbe metterci al riparo da gravi conseguenze. Scosse di assestamento, non drammi: vari comparti produttivi sembrano infatti preoccupati solo relativamente, mentre la vicinanza tra il governo Meloni e l’amministrazione Trump potrebbe rendere più agevoli le trattative.

La domanda chiave di questo psicodramma collettivo montato dagli orfani della globalizzazione a trazione finanziaria è perché Trump abbia posto i dazi e che cosa si aspetti da una misura che appare come una guerra commerciale contro il mondo. L’uomo con il ciuffo ha vinto le elezioni con uno slogan semplice quanto drammatico: rifacciamo grande l’America (Make America Great Again) prendendo atto del declino statunitense e promettendo di invertire la rotta. Soprattutto reindustrializzando gli Usa. Si tratta di riportare la manifattura negli States, attirare produttori in un mercato che nel passato rappresentava quasi la metà della ricchezza mondiale, restituire posti di lavoro in patria a vasti ceti emarginati dalla globalizzazione e dalla prevalenza dell’economia di carta.

L’operazione più ovvia, compiuta nei secoli da ogni governo, è proteggere le produzioni domestiche facendo pagare una tassa alle importazioni, talora perfino alle esportazioni per tutelare il mercato interno e i segreti industriali. L’introito dei dazi aumenta il costo finale delle merci, ma alimenta altresì il bilancio, rendendo disponibili risorse pubbliche. L’altra scommessa è un calo controllato del dollaro sul mercato dei cambi, che renda più convenienti le produzioni americane nel mondo.  Che l’operazione riesca in tempi ragionevoli non è detto, ovviamente. La natura delle politiche daziarie attive –un elemento del vecchio mercantilismo che prescrive poco import e molto export- è di essere misure di medio periodo.

Un’altra caratteristica dell’operazione americana è di trattare in maniera diversa gli Stati membri dell’UE. Presa d’atto della crisi europea, il classico divide et impera, o disprezzo per il “giardino di casa” di alleati–servitori ? Un po’ di tutto questo, probabilmente. Interessante è l’opinione di Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco dell’economia, bersaglio e personalmente vittima delle politiche di austerità guidate dalla Germania che misero al tappeto la nazione ellenica nel 2015. “Il capitale cloud sta sostituendo il capitale finanziario e il ruolo divino del mercato con il Santo Graal della condizione transumana ( la fusione del capitale cloud, dell’intelligenza artificiale e dell’individuo biologico). La finanziarizzazione sarà presto sottoposta a una pressione simile”. Gira la testa intuendo la portata delle sfide in corso, che vanno ben oltre i temi economici. Varoufakis nel libro Tecnofeudalesimo. Che cosa ha ucciso il capitalismo? chiama capitale cloud  “ciò che ha rimpiazzato i mercati tradizionali, le piattaforme di trading digitale che assomigliano ai mercati, ma non lo sono, e sono meglio intesi come feudi. E il profitto, il motore del capitalismo, è stato rimpiazzato dal suo predecessore feudale: la rendita. Una forma di rendita che viene pagata per accedere a queste piattaforme e al cloud in senso più ampio. Io la chiamo rendita cloud. Il vero potere oggi non risiede nei proprietari di capitale tradizionale, macchinari, edifici, reti ferroviarie e telefoniche, robot industriali. Loro continuano a ricavare profitti dai lavoratori, dal lavoro salariato, ma non sono al comando come un tempo. Sono diventati vassalli di una nuova classe di padroni feudali, i proprietari del capitale cloud.”

In questo senso, dovremmo concludere che dopo la globalizzazione promossa dal WTO, la stagione delle delocalizzazioni, della finanziarizzazione e del dominio dei fondi , la storia si rimette in moto, con grande dispetto di chi riteneva di poterla dominare a tempo indeterminato. Ciò spiega gli scossoni dei mercati- specie dei titoli finanziari e bancari- e l’attacco durissimo dell’Economist, che della cupola finanziaria è portavoce privilegiato. I dazi di Trump segnano la fine della globalizzazione nella forma di terziarizzazione della produzione industriale in paesi poveri e la reimportazione dei manufatti sottocosto senza dazi doganali. Il sogno di eliminare il costo del lavoro, sceso in maniera drastica anche negli (ex) paesi sviluppati nel vano tentativo di bilanciare il dumping salariale del terzo mondo. Una pacchia per pochi, un inferno per molti. L’occidente si è finanziarizzato ma, diventato incapace di produrre, ha perso la sua vera ricchezza (produttiva e inventiva) lasciando il suo ruolo egemonico. Ci hanno guadagnato solo le oligarchie.

Con i dazi Trump attacca il santuario finanziario e fa cadere la borsa. Passata la febbre psicologica, somme consistenti verranno spostate dai fondi di investimento (Black Rock & co.) verso titoli di Stato e economia industriale. È il ritorno degli Stati e il risveglio della sovranità. Una sconfitta per la finanza speculativa. Nel mezzo ci sono i popoli, che osservano impotenti, non capiscono, trascinati alla paura da una comunicazione che sta facendo della nuova politica americana uno psicodramma da cui è espulsa ogni spiegazione razionale. I dazi c’erano anche ieri. Il libero scambio è in fondo un episodio nella storia politica ed economica. Anche quello sperimentato nell’ultimo quarto di secolo è stato soprattutto il dominio di una classe capitalistica – la finanza- su un’altra – l’industria. Uscire dal globalismo reale è complicatissimo e non certo indolore. Difficile prevedere l’esito dello scossone impresso alla storia da Trump, ma un bagno di realtà e di sovranità era necessario. Ciò che manca all’Europa, oltre le chiacchiere sul riarmo utile soltanto a rimettere in piedi la manifattura tedesca. La stessa che ha fatto a pezzi quella italiana in nome del libero scambio, della moneta unica gestita dalla finanza e del vincolo di bilancio.   

Roberto Pecchioli il 5 Aprile 2025

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